Coronavirus news: il racconto choc del dottore: «Pensi che morirai senza salutare i tuoi cari»


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Il coronavirus continua a far paura e sono tante le persone all’ordine del giorno che muoiono e vengono contagiate. La storia che stiamo per raccontarvi ha dell’incredibile.

Piacenza, non altro la città in cui vive, è stata purtroppo una delle più colpite dal Covid19. Un dermatologo di 62 anni, Alberto Bassi, è stato contagiato ma fortunatamente ha vinto la battaglia contro il virus. E ha rivelarlo di recente ai colleghi ANSA la sua esperienza terribile, dopo tre settimane fra la vita e la morte:

«Hai la sensazione che con il respiro che rallenta anche la vita lentamente ti abbandoni. Sei solo con i tuoi funesti pensieri, sotto un casco ingombrante, rumoroso e che ti impedisce qualsiasi movimento. Pensi che morirai senza aver potuto salutare i tuoi cari e in qualche modo confortarli», è quanto ha raccontato visibilmente impaurito.

Dopo circa 21 giorni di ricovero e dimagrito più o meno 20 chili, il dottore raccomanda:

«Il Covid-19 è un virus subdolo e letale, per questo è assolutamente indispensabile evitare l’infezione e l’unico modo è rimanere barricati a casa». Lui, fino al termine del mese di febbraio ha visitato i suoi pazienti, «ma – racconta – avevo già adottato ogni accorgimento possibile, mascherina, guanti e una persona alla volta in sala d’aspetto». Peccato che, due settimane prima, Bassi aveva subito un intervento, per distacco di retina, in un ospedale di Correggio. «Lì – dice – circolavano ancora tutti senza protezioni e credo che sia stato così che ho preso il virus».

In data 8 marzo il dottore ha iniziato ad accusare i primi sintomi e a stare male:

«È iniziato tutto con un po’ di febbre ed una tosse stizzosa, ma mi sentivo troppo male per avere una semplice l’influenza». «La febbre cresceva e diminuiva alternativamente – racconta – ma io stavo sempre peggio, il decadimento fisico era lento ma progressivo». Da medico, Alberto si controlla l’ossigenazione del sangue che va a peggiorare di ora in ora. «Quando ho capito che facevo fatica a respirare sono andato al pronto soccorso dell’ospedale di Piacenza». «La situazione era quella di un lazzaretto – rivela – malati ovunque, un via vai ininterrotto di ambulanze che lasciavano un malato per andarne a recuperare un altro. Medici e infermieri travolti da un’onda gigantesca di malati».

«Vengo messo su una barella larga 50 centimetri – afferma- in uno studiolo angusto dove rimarrò tre giorni. Vicino a me c’è un altro paziente, grave come me, ma lui muore subito». «La situazione è da girone dell’inferno e intanto la mia febbre sale, resta fissa a 39 e mezzo e non riesco più a respirare». «Mi trasferiscono di corsa al centro Covid di Castelsangiovanni, ad alcuni chilometri da Piacenza. È stata la mia salvezza perché lì, vista la gravità della situazione, con il virus che aveva provocato un’insufficienza multiorgano, sono stato subito attaccato al ventilatore meccanico. Ma i medici mi hanno anche avvertito che se la situazione non migliorava avrebbero dovuto sedarmi e intubarmi».

«Il casco per l’ossigeno – evidenzia – è rumoroso, caldissimo, mi impedisce qualsiasi movimento ma soprattutto non mi consente di portare gli occhiali e io senza non vedo nulla. Mi preoccupa molto l’insufficienza renale che è sopraggiunta e allora riesco a farmi dare una cannuccia e mi costringo a bere il più possibile ad intervalli regolari». Il corpo è immobile ma la mente no: «Hai la netta sensazione che non ce la farai – aggiunge Alberto Bassi – e ti angoscia il pensiero che non riuscirai a salutare la tua famiglia per l’ultima volta».

«Ho trovato un po’ di calma e una sorta di accettazione – continua- solo quando un collega medico mi ha promesso che, se avessero dovuto sedarmi e intubarmi, prima mi avrebbe fatto fare una telefonata a casa».

Appena il dermatologo ha mostrato segni di miglioramento hanno deciso di inserirlo nel protocollo sperimentale iniziandole a somministrale il farmaco per quanto concerne l’artrite:

«ma – termina – quello che mi ha dato la forza di reagire è stato che in ospedale tutti hanno fatto il tifo per me dicendomi sempre ‘vedrai che ce la facciamo’». Tre giorni fa Alberto Bassi ha fatto ritorno nella sua abitazione, ma la risalita è molto difficile e lunga.


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